Come da esplicita richiesta del tema, abbiamo pensato di aiutarci
attraverso lo studio di uno o più casi.A tal proposito, ci siamo attivati nel contattare qualche ente che potesse darci una mano in questo senso. Purtroppo non abbiamo ricevuto alcuna risposta.
Fortunatamente, però, grazie alla conoscenza personale del Sig. Alberto Confalonieri, siamo riusciti ad avere una sua testimonianza che ci è sembrata molto interessante e significativa per comprendere, ad esempio, come un’azienda affermata può, suo malgrado, arrivare alla decisione di chiudere. Riportiamo quanto c’è stato riferito:
«La “Confalonieri cucine S.n.c.” operava nel settore
produzione mobili da oltre 80 anni ed era il fiore all’occhiello
della mia famiglia, se non uno dei pochi che si distingueva sul territorio
in cui operava, Bovisio Masciago.
Mi è stato chiesto di portare la mia testimonianza da alcuni
studenti che stanno svolgendo uno studio sul rapporto imprese brianzole/innovazione
e mi viene spontaneo domandarmi quanto un’esperienza che si
è conclusa con la chiusura dell’azienda possa essere
utile a tal fine, non credo, per lo meno, che possa costituire un
buon esempio. Ma questi 5 ragazzi riescono a convincermi, con una
saggezza straordinaria per la loro età, che anche dagli errori,
anzi, soprattutto dagli errori, si può imparare.
Vogliono “capire come e perché un’azienda come
la mia ha dovuto chiudere”.
Così, cercando di controllare una sorta di “dolore”
che provo per le ferite non completamente rimarginate, comincio a
rispolverare tra i ricordi.
Non vado molto indietro negli anni per non rischiare di annoiare.
1985: medaglia d’oro dalla Camera di Commercio di Milano per
i 60 anni di attività.
L’azienda, che produceva principalmente cucine di tipo artigianale
e forniva lavoro a 6 persone, funzionava molto bene.
Gli utili, oltre a garantirci un buon tenore di vita, permettevano
all’azienda di autofinanziarsi per gli investimenti necessari.
All’epoca avevamo già una macchina a controllo numerico,
condizione non diffusa in aziende di simili dimensioni.
Preciso che in questa fase (anni ’70-’90) la produzione
era orientata a servire i rivenditori.
La situazione ha cominciato ad avvertire i primi cambiamenti negli
anni ’90, per intenderci con l’avvento sul mercato di
grandi catene-strutture in cui era possibile trovare prodotti a minor
prezzo, inizialmente con diversa qualità.
Successivamente le piccole-medie imprese, tra cui la nostra, per rimanere
competitive, hanno modificato la qualità finale del prodotto
alllineandola a quella offerta dalla concorrenza.
Per un certo periodo, seppur sbalorditi da quanto stesse accadendo,
riuscivamo a convivere con queste “grandi”.
Non so se la nostra scelta di allora si può considerare, come
si dice ora, “innovativa”, fatto sta che in quel momento
cominciammo a proporre, accanto al nostro classico “listellare
legno”, il “truciolare”, passando gradualmente ad
una produzione percentuale sempre maggiore di quest’ultimo ritrovato.
Con l’avanzare degli anni, la concorrenza diventava sempre più
agguerrita e la piccola-media impresa, pur producendo oramai gli stessi
prodotti, manteneva dei prezzi notevolmente maggiori.
Ricordo che in quel momento molte imprese medio-grandi furono capaci
di “trasformarsi” puntando sui numeri, cioè centuplicando
la propria produzione grazie ad investimenti in impianti tecnologicamente
avanzati. Ovviamente con mano d’opera minore e diversa a livello
di qualifica, spariva l’artigiano puro per lasciare spazio ad
esperti tecnico-informatici e operai semplici.
L’altro loro vantaggio è stato quello di rifornirsi per
le materie prime non dai soliti distributori, bensì direttamente
dai produttori.
Nel frattempo noi, piccola impresa, abbiamo tentato la trasformazione
aprendo un negozio rivolgendoci direttamente al privato; ciò
ci ha consentito di sopravvivere quasi un altro decennio, ma l’ulteriore
aumento di competitività sul mercato ci ha nuovamente spiazzato.
Vorrei che fosse chiaro, da quanto brevemente raccontato che, se da
una parte è facile immaginare che negli ultimi 80 anni i cambiamenti
si sono resi necessari più volte per stare al passo coi tempi
che inevitabilmente cambiano, d’altra parte è vero anche
che, da un certo punto in poi, i cambiamenti sono stati sempre più
repentini e radicali, tanto da non averci consentito di tenere il
”passo”. Dove per “passo” intendo principalmente
la capacità di restare competitivi sul mercato.
Nel termine competitività in sostanza si concentra tutta la
problematica che ha portato a far chiudere un’azienda operante
da 80 anni.
Un esempio che si può fare per dare l’idea di quanto
siano mutate le condizioni di mercato è il seguente: alla fine
degli anni ottanta gli appartamenti nel comune in cui risiedo costavano
circa 1.000.000 di lire al metro quadro; ne consegue che un trilocale
di circa 90 mq costasse 90.000.000 di lire pari a circa 45.000 euro.
Nello stesso periodo per arredare la casa era assolutamente normale
spendere 30.000.000 di lire pari a circa 15.000 euro. Si può
osservare che la spesa per arredare la casa era circa del 30% (se
si andasse più indietro nel tempo, mio padre mi raccontava,
quel 30% poteva arrivare anche al 40%).
E’ come se adesso chi comprasse 90 mq a 220.000 euro ne spendesse
73.000 circa per arredare la casa. Se fosse così la mia azienda
sarebbe stata ancora assolutamente competitiva!
Quindi per far fronte a questo contesto le aziende hanno chiaramente
dovuto cambiare il modo di produrre.
Tornando alla mia azienda si può tentare di fare un elenco
dei punti che hanno creato difficoltà portandoci nell’insieme
a non essere competitivi:
1. Il mancato investimento per portare ad avere una produzione almeno
20 volte superiore. Naturalmente questo aumento avrebbe richiesto
attrezzature ed impianti che permettessero il raggiungimento dell’obiettivo
aumentando in misura molto inferiore il personale. L’aumento
dei numeri produttivi avrebbe permesso anche di acquistare i materiali
direttamente dai produttori, saltando i distributori.
2. Una serie di normative, che da un a lato hanno migliorato la condizione
delle persone sui posti di lavoro (vedi legge 626), ma dall’altro
hanno comportato un aumento di spese da parte dell’azienda (le
attrezzature faticosamente acquistate negli anni erano praticamente
tutte da cambiare, così come gli impianti elettrici e di aspirazione)
3. Le difficili scelte del cliente-tipo a cui rivolgersi, le scelte
relative a come si intende produrre e quelle su come si intende commercializzare.
Si intuisce, quindi, come il problema di un’azienda, chiamata
a decidere su come agire per continuare a produrre, sia incredibilmente
articolato e complesso.
Diventa molto difficile investire tutte le proprie risorse fisiche,
mentali, economiche in un progetto di trasformazione in cui i dubbi
superano le certezze.
Spero risulti chiaro che per me non è facile fare un’analisi
oggettiva delle cause che hanno portato alla chiusura, innanzitutto
perché sono coinvolto emotivamente e poi perché la decisione
finale è frutto di una serie di concause così intrecciate
che è difficile sbrogliarle.
Fatto sta che, leggendo la traccia del tema che stanno sviluppando
i ragazzi, mi rendo conto che è tutto vero, cioè che
i fattori strategici citati sono realmente fondamentali affinché
un’impresa possa sopravvivere.»
Conclusioni
Dall’esperienza raccontataci abbiamo compreso che bisogna innovarsi
continuamente, non si può fare un “passo” e pensare
di vivere di questo passo per diversi anni; no, è necessario
sempre anticipare i nuovi processi produttivi, commerciali e organizzativi.
E’ evidente che:
1. serve capacità d’innovazione;
2. sono necessarie competenze umane;
3. le reti di cooperazione tra imprese sono importanti: si veda il
Veneto, regione in cui, grazie ai consorzi, le piccole imprese collaborano
tra loro per non farsi “schiacciare” dalle grandi.
4. bisogna avere la capacità di offrire nuove value proposition
(prodotto/servizio offerto al mercato/clienti) del mix prodotto-servizio
e nella realizzazione di “nuovi modi” di fare business.










